SL19 – Il sentiero di Antonio

L’itinerario si sviluppa su sentieri, strade forestali e brevi tratti di strada asfaltata. Per le caratteristiche specifiche del territorio, la complessità di certi tratti esposti e l’assenza di ausili per la progressione, il sentiero è adatto a camminatori esperti dotati di adeguata attrezzatura e abituati al cammino in montagna anche lungo tratti tecnici. Il percorso è consigliato in primavera e autunno in assenza di precipitazioni anche nei giorni precedenti l’escursione poiché i tratti su roccia potrebbero divenire particolarmente scivolosi. Tale problematica risulta particolarmente evidente in inverno quando si aggiunge il rischio ghiaccio. Sconsigliato in estate per le alte temperature che si possono raggiungere data la bassa quota. Nei periodi di precipitazioni intense (pioggia o neve) si possono formare depositi fangosi o nevosi ai quali occorre prestare molta attenzione anche lungo i tratti boschivi del percorso.

Si tratta di un itinerario ad anello con partenza e rientro a Chiarone dove è possibile parcheggiare. Si parte seguendo il sentiero CAI 209 sino alla Rocca e poi nella discesa al Rio Tinello. Da lì si segue il sentiero CAI 211 fino alla cima del M. San Martino e poi nel tratto in discesa che riporta alla strada asfaltata dove si seguirà il sentiero CAI 213. Il passaggio tra i diversi sentieri sarà contrassegnato dalla segnaletica a stella con fondo bianco e bordo rosso del Museo della Resistenza Piacentina.

Lungo il percorso non sono presenti punti acqua.

Difficoltà
Difficile
Livello
Escursionistico
Lunghezza
6,5 m
Durata
3 ore al netto delle soste

Inizio/Fine
loc. Chiarone di Pianello Val Tidone (PC)
Dislivello salita
550 m
Dislivello discesa
550 m

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Nella valle a canoa.

Percorso ad Anello che prende il via dall’abitato di Chiarone.  Il trekking inizia seguendo il sentiero CAI 209 che costeggia pareti argillose a calanco per poi inoltrarsi nel bosco. ll sentiero ben marcato dai segnavia CAI si terrà sino alla Rocca, tralasciando il sentiero 209 A che si incontra sulla sinistra. Già in questo primo tratto la salita si fa impegnativa ma è giungendo ad un roccione, da cui la vista spazia sulla radura circostante, che l’escursione si fa complessa e tecnica. Si tratta di un breve tratto su rocce di arenaria  affioranti su cui è necessario camminare mantenendosi in equilibrio lungo una stretta cresta priva di ausili. Proseguendo si raggiunge la splendida Rocca d’Olgisio, un complesso fortificato dalla pianta irregolare caratterizzato da una triplice cortina muraria. L’altura della Rocca è caratterizzata dalla presenza di grotte abitate sin dall’antichità che oltre ad essere ripari naturali  erano luoghi di devozione e fede nei quali ancora oggi si riconoscono incisioni e altari. Proseguendo lungo il sentiero 209 occorre superare nuovamente un tratto di cresta rocciosa esposta dove prestare la massima attenzione al termine della quale  si rientra in un tratto boschivo: qui la discesa si fa ripida e sdrucciolevole sino al Rio Tinello. Giunti al piccolo Rio, solitamente asciutto nei mesi estivi, occorre guadarlo e seguire le indicazioni per il Monte San Martino lungo il sentiero Cai 211. Trascurare quindi le indicazioni per il  sentiero 209 che riporterebbe direttamente a Chiarone. Il tratto in salita è piuttosto impegnativo ma lo sforzo è ripagato dallo  spettacolo naturale rappresentato dalla vetta di questa montagna, che benché di poco meno di 500 mt di altitudine, è un unicum nel nostro territorio: essa infatti è costituita da due grandi massi aguzzi separati da uno stretto canyon nel quale si va ad  insinuare il sentiero. Si prosegue quindi lungo il fianco opposto della montagna sempre sul sentiero CAI 211 per raggiungere una piana nella quale si incontra un’area di scavo archeologico. Dopo una ripida discesa in cui è necessario prestare particolare attenzione, si giunge ad un piccolo oratorio e quindi alla strada asfaltata di fondovalle, che in poco più di un quarto d’ora riporta a Chiarone, grazie al tratto si sentiero CAI 213.

Militari e conservatori. Le formazioni autonome nella Resistenza

Se leggiamo i racconti partigiani di Beppe Fenoglio, ci capiterà spesso di imbatterci nei ‘partigiani badogliani’, gli ‘azzurri’, dal colore del fazzoletto che portano al collo. Ma chi sono? È molto difficile tracciare un quadro complessivo di tutte quelle manifestazioni che gli storici hanno individuato e chiamato ‘Resistenza autonoma’, un insieme, dunque, composto da una varietà di formazioni eterogenee, diverse per motivazioni ed esperienze. Trattati con un certo dileggio dai partigiani di sinistra, che li considerano ‘attendisti’ o, peggio, ‘filofascisti’, i badogliani sono in genere partigiani di estrazione sociale borghese, di idee politiche liberali che si riconoscono nella monarchia e nel Regno del sud. Secondo lo storico Tommaso Piffer, un altro tratto distintivo degli azzurri è il conservatorismo, il rifiuto di declinare la guerra di Liberazione in un senso di rottura dell’ordine sociale, in netta opposizione sia con gli ideali social-comunisti, che con le profonde idee rinnovatrici di area azionista. I riferimenti dei partigiani autonomi sono piuttosto il patriottismo, la casa Savoia, la disciplina militare. Non a caso molti dei quadri delle brigate azzurre vengono proprio dai quadri del Regio esercito e ne conservano la mentalità, l’organizzazione, lo stile d’azione. Il caso più noto è quello della IV Armata, colta dall’annuncio dell’Armistizio mentre si sta ritirando dalla Francia. Senza sostenere alcun urto con i tedeschi, i militari riescono a disperdersi nelle valli piemontesi, con l’organico sostanzialmente al completo, comprese le armi e la cassa. Riuniti sotto il comando del maggiore degli Alpini Enrico Martini “Mauri”, i militari della IV formano il Raggruppamento divisioni autonome Langhe, la più numerosa formazione autonoma italiana. Un altro aspetto che contraddistingue queste formazioni è poi, appunto, l’autonomia, intesa come indipendenza dai partiti che, in maniera crescente nei mesi della lotta clandestina, assumono la guida politica e militare della Resistenza. Gli azzurri rifiutano di sedere nei Comitati di Liberazione nazionale, stentano a riconoscere ai loro rappresentanti alcuna autorità, spesso evitano qualsiasi coordinamento con le formazioni di altro colore presenti sul territorio. Si tratta tuttavia di una distinzione labile. Con il progredire della lotta e con la crescita del peso dei Cln, molte formazioni inizialmente aliene dai meccanismi partitici ‒ per equilibri locali, consonanze ideali o in funzione anticomunista ‒ si avvicinano progressivamente all’orbita dei partiti moderati. È questo il caso piacentino, che più avanti tratteremo in maniera più estesa. Oppure il noto caso delle Brigate Osoppo-Friuli che ‒ in un clima di crescente ostilità con le formazioni garibaldine ‒ finiscono per coagularsi intorno alla Democrazia Cristiana. In più di un’occasione, la differenza di vedute e di modalità di azione tra ‘azzurri’ e ‘rossi’ si risolve in brusche rotture e sanguinose rese dei conti, come accade a Porzûs (Udine) oppure nel Piacentino. Si tratta tuttavia di episodi che un maggiore coordinamento e  una migliore organizzazione centrale della guerriglia rendono ben presto marginali. Nel dopoguerra, secondo gli storici, le formazioni autonome faticano a far conoscere la propria peculiare forma di resistenza. Una Resistenza conservatrice, lontana da quella innovatrice e progressista combattuta da molti. Inoltre, mentre i partiti della sinistra mettono da subito al centro della propria narrazione identitaria l’esperienza resistenziale, i partiti di destra o moderati sembrano a lungo reticenti nel rivendicare il recente passato di guerriglia e insurrezione, che male sembra addirsi a stimati banchieri e uomini d’affari. È il caso di Pizzoni, la cui storia è stata narrata solo in anni recenti, dopo un lungo periodo di silenzi e boicottaggi.

Quelli di Antonio. Sui passi di un comandante indimenticabile

«Chi siamo noi della 1ª Brigata? Per saperlo basta guardare negli occhi chi ci comanda. ANTONIO. Il viso costantemente teso da un’irrequietezza irrefrenabile, gli occhi mobilissimi e terribili, tutto il suo essere temprato dalle tempeste e dalla collera degli oceani… Vogliamo dirglielo al vecchio lupo di mare cosa ha saputo fare dei suoi uomini il suo animo grande? Un blocco di giovinezza e di armi che ha un solo nome: 1ª Brigata». Con queste parole, scritte a macchina su un foglio sottile, si apre la documentazione relativa alla 1ª Brigata, una delle formazioni più importanti della Divisione ‘Giustizia e Libertà’. Il percorso del Sentiero della Libertà 19 si dipana intorno alla Rocca d’Olgisio, quartier generale di Antonio e dei suoi partigiani. Il sentiero si riallaccia idealmente al SL 17 (Il sentiero di Giustizia e Libertà) e intende focalizzarsi su una delle particolarità della Resistenza piacentina: la presenza della più imponente formazione autonoma dell’Emilia-Romagna e le motivazioni della sua tardiva adesione al Partito d’Azione. Capo leggendario e rispettato della 1a Brigata è Antonio Piacenza, classe 1919, ingegnere meccanico e titolare di uno studio in Piazzale Roma. Ufficiale di Marina, Antonio è imbarcato sul cacciatorpediniere ‘Squadrista’. All’8 settembre 1943, dal porto di Livorno, riesce a fare ritorno nel Piacentino e inizia a nascondersi nella casa di famiglia in collina, a  Sarturano, nel comune di Agazzano. A spingere Antonio, che non aveva mai avuto un chiaro indirizzo politico antifascista, a diventare partigiano sono un certo carattere ribelle e i bandi di chiamata alle armi della Repubblica sociale, ai quali decide di sottrarsi. Nel giugno 1944 si presenta alla cascina Alzanese, base del comando della ‘Compagnia Carabinieri Patrioti’, guidata da Fausto Cossu. È una formazione in crescita, che ha tutte le caratteristiche di una brigata autonoma o badogliana: quadri dirigenti di estrazione militare, rigida disciplina interna, apoliticità. Fausto riconosce immediatamente il valore di Piacenza, e sceglie di affidargli la zona di Pianello e alcune decine di uomini: da subito la formazione si stabilisce nella suggestiva struttura della Rocca d’Olgisio, sfruttandone la posizione sopraelevata, le fortificazioni, e il complesso sistema di grotte naturali. In pochi mesi la 1a Brigata cresce, anche grazie alla strategia di assorbimento di bande di altro orientamento presenti sul territorio. Come la banda d’ispirazione comunista guidata da Pietro Chiappini “Parmigiani”, i cui membri vengono disarmati e trattenuti in arresto fino a che non accettano di arruolarsi nella formazione di Antonio. La strategia di controllo totale del territorio e di assimilazione aggressiva portata avanti dai comandanti della ‘Compagnia Carabinieri’ è alla base del più violento episodio di violenza tra partigiani nel Piacentino: l’eliminazione del comunista Giovanni Molinari “Piccoli” e di quattro uomini della sua banda, decisa e messa in atto da Fausto Cossu e dai suoi. La diffidenza di ufficiali come Fausto e Antonio per la crescente politicizzazione delle bande è d’altra parte ben nota: a più riprese si tenta di intimare ai membri del Comitato di Liberazione di Piacenza di non mettere piede nei territori della Divisione e, in più occasioni, il Cln redige rapporti preoccupati sulla formazione di Fausto, considerata ancora troppo informata dalla mentalità e dai modi fascisti, restia a ogni coordinamento, troppo cauta e attendista. Questo non impedisce a Fausto e ai suoi di aderire formalmente al Partito d’Azione, rinominando nell’estate 1944 la Divisione ‘Giustizia e Libertà’. Una mossa dettata probabilmente dalla volontà di porsi in modo fermo e chiaro fuori dall’orbita comunista (e dalle sue ingerenze), spezzando il monopolio della Resistenza garibaldina in Emilia. Tuttavia, la vita quotidiana delle brigate che compongono la Divisione continua a essere quella di una tipica formazione badogliana. Nonostante gli inviti, Antonio continua a rifiutare la presenza di commissari politici nei suoi distaccamenti, deciso a evitare ogni tipo di propaganda e di intromissione, applicando una rigida disciplina interna. La specialità della Brigata di Piacenza sono le incursioni sulla via Emilia, alle quali il comandante prende parte in prima persona. In alcuni casi queste azioni mordi e fuggi, volte a recuperare armi e materiale si risolvono in feroci combattimenti. È il caso di Villa Borghesa di Rottofreno, dove ‒ in uno scontro con un numeroso convoglio tedesco ‒ perdono la vita sette partigiani e lo stesso Antonio rimane ferito a un braccio. La forza della 1a Brigata non sfugge neanche alle forze nazifasciste che organizzano un attacco in grande stile nel tentativo di espugnare la Rocca. All’alba del 30 luglio 1944 imponenti contingenti tedeschi e fascisti si dirigono verso la roccaforte, armati di mitragliatrici pesanti, di un blindato e di artiglieria pesante. I cannoneggiamenti sono molto intensi e durano alcune ore ma i partigiani riescono ad avere la meglio. La mitragliatrice di Carlo Masarati, giovane meccanico di Gragnano Trebbiense, inchioda i nemici a valle, impedendo loro di salire. Pur danneggiate, le solide mura della Rocca resistono. A mezzogiorno, i comandi nazifascisti, con diversi feriti sul campo, decidono di ritirarsi, lasciando la Rocca d’Olgisio inespugnata. Uomo d’azione e non di parola, Piacenza lascia pochi racconti della propria formazione, la più imponente del piacentino. Negli ultimi anni di vita racconterà ad alcuni giovani: «Mi chiedevano i miei partigiani perché non scrivessi un libro, come hanno fatto molti comandanti. Mi sono sempre rifiutato perché non volevo scrivere un libro che elogiasse la mia opera, lo lasciavo ad altri questo compito. E così non ho scritto niente. Non me ne importa un fico secco dell’opinione altrui. Non temo il biasimo e non cerco la lode».

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