SL24 – Il cammino delle SAP

L’itinerario si sviluppa su argini, strade sterrate e tratti di strada asfaltata, è percorribile in tutti i periodi dell’anno, con lunghezza e dislivelli poco impegnativi, adatto a tutte le persone abituate a camminare in natura e in buona forma fisica. Si tratta di un percorso ad anello che inizia e si conclude nell’abitato di Roncarolo, dove è possibile parcheggiare nel parcheggio di fronte alla chiesa di S. Lorenzo. A parte la segnaletica dedicata, NON sono presenti altri segnavia di alcun tipo: si prega di quindi di mantenere una buona attenzione alla segnaletica posta dai volontari del Museo della Resistenza, contrassegnata dal simbolo della stella bianca e rossa e dalla sigla SL24.

È presente un punto acqua nel parcheggio alla partenza.

Difficoltà
Facile
Livello
Turistico
Lunghezza
8,5 km
Durata
2,5 ore al netto delle soste

Inizio/Fine
Piazzale della Chiesa - Roncarolo di Caorso (PC)
Dislivello salita
non significativo
Dislivello discesa
non significativo

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Tra il grande fiume e “Arturo”

Il percorso ci conduce fino al cuore del grande fiume, ai limiti di una lingua di terra che si stacca dalle trafficate arterie della pianura e si spinge lontano, dove il Po sembra fuggire dal suo percorso per disegnare un’ansa profonda, verso nord. Qui la terra è fertile e i campi coltivati sembrano rubare ogni centimetro possibile fin sotto gli argini, fino all’acqua. Acqua, cielo e terra sembrano confondersi in questo paesaggio dove l’occhio può guardare lontano, lungo i filari di pioppi o seguendo gli argini, o le lunghe e dritte tracce dei trattori che delimitano i campi. In questa lunga passeggiata spazio e tempo sembrano dilatarsi e tutto si fa lento, come il corso del grande fiume. A contrasto, l’agire dell’uomo. La furia delle fucilazioni e dei rastrellamenti avvenuti in queste campagne, e la corsa frenetica dei decenni successivi alla rincorsa del sogno dell’energia illimitata. L’eccidio della Baracca e la Centrale nucleare. Il maestoso incedere del Po e l’oasi naturale De Pinedo. E’ tra questi contrasti che si snoda “Il cammino delle SAP”. Partiamo dal parcheggio antistante la chiesa di Roncarolo, dove troviamo la lapide commemorativa dell’eccidio della “Baracca”. Saliamo sull’argine e ci dirigiamo a nord, ammirando la maestosità del grande fiume che ci accompagna alla nostra sinistra. Arriviamo ad un bivio dove proseguendo diritto si arriva proprio al podere “Baracca”, oggi sede del Circolo Ippico
“Las Tapas”.  Chi volesse visitarlo può contattare il numero 3409744393.  Svoltiamo invece a destra seguendo l’argine per qualche centinaio di metri per poi scendere a sinistra e addentrarci presto in un suggestivo boschetto. Nascosto al suo interno un canale ricoperto di vegetazione, che superiamo attraversando un antico ponticello. Poco più avanti il paesaggio si apre completamente e all’uscita del boschetto teniamo la destra e poi subito la sinistra seguendo la lunghissima carrareccia che delimita una grande area coltivata. Lungo il cammino, in lontananza alla nostra sinistra, scorgiamo il podere “Baracca” e i profili delle grandi croci poste a ricordo dei martiri dell’eccidio del settembre 1944. Il percorso ci porta fino all’ultimo lembo di terra. Davanti a noi, separata da uno stretto braccio di fiume, l’isola De Pinedo, oasi faunistica e naturalistica, non visitabile in quanto parte del comprensorio della Centrale nucleare di Caorso, oggi dismessa. Svoltiamo a destra, seguendo il corso del fiume fino a una svolta obbligata ancora verso destra. Davanti a noi, infatti, la recinzione del terreno della Centrale, contrassegnato da minacciosi cartelli ormai arrugginiti, che costeggiamo per qualche centinaio di metri. Ora siamo davvero vicini ad “Arturo”, il nomignolo affibbiato dai piacentini al reattore della centrale nucleare. Seguendo il percorso attraversiamo una struttura di ferro e cemento. Si tratta di un idrovora, che superiamo per poi risalire sull’argine, e scendere sullo sterrato dalla parte opposta,  fino a raggiungere delle costruzioni ai bordi della strada asfaltata, che seguiamo a destra per 2,5 Km, fino a ritornare alla chiesa di Roncarolo.

Partigiani di pianura. Le Squadre di Azione Patriottica

«Dalle belle città date al nemico/fuggimmo un dì su per le aride montagne» recita un famoso canto partigiano. In effetti, nell’immaginario comune, il luogo per eccellenza delle bande è la montagna, teatro di combattimento ma anche spazio di libertà e condivisione. La pianura rimane invece sullo sfondo. Qui, infatti, tedeschi e fascisti sembrano dominare incontrastati, e la quotidianità è fatta di paura, arresti e deportazioni. In realtà, nel corso della lotta di Liberazione, centri urbani e pianure sono teatro di aspri conflitti guidati dalle Sap, squadre di partigiani che si muovono in città e nelle campagne. Le Squadre di azione patriottica nascono nell’estate 1944 per volontà del Comando generale delle Brigate Garibaldi. La fase finale del conflitto sembra ormai vicina, e i dirigenti comunisti intendono allargare la lotta, facendo entrare in azione le masse operaie e contadine. Dall’autunno 1943, la guerriglia urbana era stata portata avanti dai Gruppi di Azione Patriottica (Gap), nuclei di militanti comunisti organizzati in base a rigide regole di clandestinità. A questi piccoli gruppi è ora necessario affiancare una nuova organizzazione unitaria di massa, capace di raccogliere uomini e donne di tutti gli orientamenti politici. Già in primavera, il Segretario Palmiro Togliatti aveva rimproverato i suoi: «Non è ammissibile che esista una situazione in cui solo piccoli gruppi sono attivi e grandi masse aspettano senza intervenire nella lotta. Ponete termine al più presto a questa situazione e combinate assieme i colpi di piccoli gruppi con le azioni di grandi masse, allo scopo di arrivare all’insurrezione generale». Insieme ai Gap e alle brigate partigiane di montagna, le Sap costituiscono quello che Luigi Longo chiama ‘tridente’, l’arma della vittoria contro il fascismo. Al contrario di gappisti e partigiani, i sappisti devono mantenere la propria identità e il proprio insospettabile lavoro, per passare inosservati. Devono però essere pronti a entrare in azione per compiere sabotaggi, impedire requisizioni e deportazioni, proteggere sommosse e manifestazioni. Sono loro che devono tenere d’occhio la propria fabbrica, il proprio villaggio, la propria città, per essere in grado, al momento giusto, di neutralizzare le forze nazifasciste che l’hanno occupata. Nel corso dei mesi, i sappisti riescono a rendere insicure le arterie stradali che attraversano la pianura e riforniscono la guerra nazista, a organizzare la difesa armata dei raccolti e impedire gli ammassi, a condurre con successo scioperi nelle fabbriche. Nelle campagne emiliane le Brigate Sap sono protagoniste della ‘battaglia del grano’, operazione lanciata dal Cln che riesce a bloccare la trebbiatura. Nelle fabbriche del triangolo industriale i sappisti compiono volantinaggi, spargono chiodi a tre punte che bloccano i veicoli nemici, organizzano azioni di disarmo per procurare armi e munizioni. Quello dei sappisti è un compito pericoloso e rischioso. Diversi membri delle Sap vengono catturati e uccisi, e molti ‒ ormai scoperti ‒ sono costretti a prendere la strada della montagna. Ciononostante, nell’aprile 1945, nell’imminenza dell’insurrezione finale, il ruolo delle Sap diviene sempre più determinante. Al segnale dei comandi di piazza, i sappisti entrano in azione per primi preparando l’arrivo in città delle brigate partigiane e delle colonne angloamericane. Con i loro scioperi, bloccano trasporti e telecomunicazioni.  Difendono fabbriche e infrastrutture da rappresaglie e distruzioni, e bloccano la fuga dei nemici. Insomma, i partigiani delle Sap sono fondamentali per il successo del movimento di liberazione, e sono protagonisti di una particolare forma di resistenza di pianura, che mescola le lotte politiche e sociali con la lotta armata.

La cascina Baracca, base dei sappisti piacentini

Nel giugno 1944 il Comitato di Liberazione piacentino decide di organizzare ufficialmente le Squadre di azione patriottica, dando organicità a tutte quelle sparute squadre spontanee che, nei comuni di pianura, avevano già compiuto sporadiche azioni di disarmo e sabotaggio. Il compito è affidato a Dario Bianchera “Gim”, maresciallo d’artiglieria, che si trova a controllare oltre trenta distaccamenti, tutti a ridosso del Po, organizzati in tre zone: la prima a ovest di Piacenza (con epicentro a Calendasco e Rottofreno), la seconda a est (in particolare a Caorso, Monticelli d’Ongina e Villanova) e la terza a nord della città, nei comuni lombardi di San Rocco al Porto, Castelnuovo Bocca d’Adda e Maccastorna. Particolarmente importante è la squadra di Mortizza, addetta ai sabotaggi di traghetti e guadi sul Po. I sappisti si muovono principalmente di notte: circondano gruppi isolati di nemici e li disarmano, prelevano armi e munizioni nelle polveriere a ridosso della città, si introducono nelle grandi aziende agricole per impossessarsi di cibo da destinare alle brigate. In diverse occasioni vengono fatti sparire elenchi di bestiame da requisire o uomini da avviare al lavoro coatto. Al contrario dei partigiani in montagna, i sappisti non possono contare sui lanci alleati: il loro arsenale consiste dapprima in poche pistole, bastoni e coltelli. I sappisti possono però fare affidamento sulla solidarietà diffusa dei pescatori e dei vecchi contadini socialisti che danno loro volentieri ospitalità nelle cascine. Il luogo di ritrovo delle Sap piacentine è la cascina Baracca, a Roncarolo di Caorso. Qui è sfollato il colonnello dell’aviazione Piero Minetti, che con il parroco don Francesco Chiesa riesce a costruire un importante nucleo partigiano, in contatto con i centri direzionali di Milano e Bologna. Alla Baracca, in diverse occasioni, i capisquadra delle Sap si incontrano con esponenti del Cln e del Comitato Nord Emilia, scambiandosi informazioni e direttive. Nel settembre 1944, Dario Bianchera e i suoi ricevono la notizia dell’imminente liberazione. Preparano la discesa in città delle formazioni partigiane, intensificano i sabotaggi e predispongono un piano di occupazione e difesa delle infrastrutture. In realtà però le informazioni sono troppo ottimiste: gli Alleati tardano a arrivare e l’offensiva si arresta sulla Linea Gotica. Approfittando dello stallo, tra il 26 settembre e il 1 ottobre 1944, i comandi nazifascisti di Piacenza e Cremona compiono una serie di violente puntate nella zona di Roncarolo e Caorso, nel tentativo di annientare quei sappisti che erano diventati una vera e propria spina nel fianco. La Baracca viene devastata e data alle fiamme, e cinque sappisti vengono uccisi (Alberto Ciceri di Caselle Landi, Teodoro Vaccari di Maleo e Giulio Fittavolini, Carlo Grazioli e Giacomo Ziliani di Roncarolo). Oltre quaranta persone vengono arrestate, e diversi vengono deportati in Germania. Tra loro l’anziano possidente terriero Fulco Marchesi, che aveva sostenuto economicamente i sappisti, che muore a Mauthausen. Il gruppo è ormai in ginocchio, e la clandestinità dell’organizzazione è seriamente compromessa. Bianchera decide allora di raccogliere i membri delle Squadre di azione rimasti per condurli in montagna. Riparati a Gropparello, i sappisti vengono inquadrati nella 38ª Brigata Sap, dove combattono fino alla liberazione distinguendosi per organizzazione e sangue freddo. Alcuni mesi dopo, nelle imminenze dell’insurrezione finale, le Sap vengono ricostituite al comando di Piero Bettini “Vladimiro”, impiegato trentenne del centro cittadino. Organizzati in tre grandi squadre ‒ la “Alfredo Borotti”, la “Luciano Bertè” e la “Oltrepò” ‒ i sappisti cercano di intralciare in ogni modo le operazioni nemiche, creando il caos prima della discesa a valle delle formazioni. Fanno saltare ponti e centrali telefoniche, affondano i traghetti, disarmano i nemici, disattivano le mine disseminate dai tedeschi. Una volta presa la città, i sappisti partecipano attivamente alle operazioni di cattura degli ultimi cecchini fascisti. Complessivamente, sono quasi trecento i sappisti riconosciuti nel Piacentino. Alla smobilitazione del 5 maggio 1945 tocca a loro chiudere la grande sfilata partigiana che attraversa le vie di Piacenza. Lo fanno a bordo delle loro biciclette, simbolo di una resistenza insolita e rischiosa, che si era mossa in pianura, sugli argini del Po e nelle grandi cascine della “bassa”.

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