SL23 – Il sentiero dei disertori

L’itinerario si sviluppa su sentieri, strade forestali e tratti di strada asfaltata, è percorribile in tutti i periodi dell’anno, con lunghezza e dislivelli medi ed è adatto a tutte le persone abituate a camminare nella natura e in buona forma fisica. Si tratta di un percorso ad anello che inizia e si conclude presso il cimitero di Arcello, nel comune di Pianello Val Tidone, dove è possibile parcheggiare. A parte la segnaletica dedicata, NON sono presenti altri segnavia di alcun tipo: si prega di quindi di mantenere una buona attenzione alla segnaletica posta dai volontari del Museo della Resistenza, contrassegnata dal simbolo della stella bianca e rossa e dalla sigla SL23. È presente una sola breve deviazione andata/ritorno in corrispondenza di un cippo, appena superato l’abitato di Vidiano, opportunamente segnalata con un’apposita indicazione. Nei periodi di precipitazioni intense in alcuni tratti del percorso si possono formare depositi fangosi, ai quali occorre prestare attenzione.

Non sono presenti punti acqua sul percorso quindi si consiglia di rifornirsi alla partenza.

Difficoltà
Medio
Livello
Escursionistico
Lunghezza
10,5 km
Durata
3,5 ore al netto soste

Inizio/Fine
Cimitero di Arcello - Pianello Val Tidone (PC)
Dislivello salita
450 m
Dislivello discesa
450 m

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Attraverso mille scenari diversi.

Il “Sentiero dei disertori” sembra condurci in una fuga. Come per nascondersi, si inoltra continuamente in ambienti uno diverso dall’altro, garantendo un’esperienza di trekking variegata e molto appagante. Si parte dal cimitero di Arcello, dove è possibile parcheggiare, e si prosegue seguendo la strada fino ad un bivio. Qui comincia il percorso ad anello che inizia scendendo a sinistra e costeggiando il complesso di Santa Giustina, azienda agricola e location di matrimoni che ospita anche una piccola chiesa. Il paesaggio è quello tipico delle prime colline piacentine: vigneti che si arrampicano da un versante all’altro, attraversati da comode strade sterrate. Già in fondo alla discesa ci si immerge nel bosco e prima di arrivare nella frazione di Vidiano si incontrano prati, antichi stagni nascosti nel bosco, torri di avvistamento per birdwatching, casali abbandonati, e si attraversa il piccolo ma graziosissimo abitato di Mornago. A Vidiano si entra dal basso, incontrando il piccolo cimitero, dove è possibile rifornirsi di acqua. Saliti nel borgo, appena prima di lasciarsi alle spalle le ultime case, si scende a sinistra effettuando una brevissima deviazione dal percorso, che porta ad una lapide molto particolare. Il monumento ricorda l’uccisione del vice brigadiere Falbo Giovanni e del carabiniere Ermenegildo Carpanese, caduti in un agguato il 24 Gennaio 1944. Si tratta di un episodio molto singolare di Resistenza spontanea della popolazione civile alle operazioni di repressione della renitenza alla leva attuate dalla Repubblica Sociale Italiana. Quel giorno gli abitanti della zona decisero di opporsi con le armi, tendendo un’imboscata al torpedone con i carabinieri che viene investito da una sparatoria. Sul campo, oltre ai due caduti, restano tre feriti gravi. Dopo un breve tratto di strada asfaltata si sale a destra in un piccolo gruppo di case che ospita un’azienda agricola, per poi abbandonare la strada e salire a sinistra in un campo,  da questo momento il paesaggio cambia ancora e continuamente.  Si attraversano campi di lavanda, calanchi, tratti di bosco, fino a percorrere un crinale pratoso che  porta nei pressi di un grande ripetitore, ai piedi del quale abbiamo una perfetta visuale dall’alto di Pianello Val Tidone. E’ questo il luogo ideale per riflettere sul tema principale a cui è dedicato il percorso: i disertori della Wermacht che scelgono di aderire alla Resistenza. Da qui infatti si può immaginare la dinamica della battaglia di Pianello del marzo 1945, in cui il contributo di questi ex soldati tedeschi è stato determinante. Si prosegue quindi seguendo la segnaletica e attraversando alcuni casolari, fino a chiudere l’anello e quindi ritornare al punto di partenza.

I buoni tedeschi. Partigiani della Wehrmacht

Leggendo le cronache partigiane non è raro imbattersi nell’insolita presenza di partigiani tedeschi. Si tratta di un fenomeno minoritario ma non irrilevante, che è però rimasto a lungo nell’ombra, a causa principalmente della scarsità di documentazione. Disertare la Wehrmacht era una scelta solitaria e pericolosa e chi la compie lascia dietro di sé meno tracce possibili. Ci sono tuttavia anche ragioni di memoria pubblica che concorrono a mettere a tacere la difficile storia dei partigiani tedeschi. In Italia, già dall’immediato dopoguerra, la memoria converge nella rassicurante rappresentazione del “cattivo tedesco” speculare a quella, rassicurante e autoassolutoria, del “bravo italiano”. Anche nella Germania divisa, la scelta dei disertori della Wehrmacht incontra ostilità o reticenze. Tornati a casa molti preferiscono tacere la loro storia, nel timore di subire processi per diserzione o per paura dello stigma sociale diffuso nei confronti dei “traditori della patria”. Questi silenzi hanno pesato anche sulla storiografia che spesso si è scontrata con la mancanza di fonti documentarie e archivistiche: chi sceglie di disertare lo fa in segreto e anche nel dopoguerra non racconta la propria storia. Ciononostante negli anni, grazie al lavoro di ricercatori, associazioni e famiglie, molte storie di tedeschi nella Resistenza sono state tirate fuori dai cassetti, ricostruite e hanno finito per restituire un’immagine del movimento partigiano transnazionale e multiculturale. È stato soprattutto Francesco Corniani, ricercatore dell’Università di Colonia, a parlare dei disertori della Wehrmacht, analizzando centinaia di processi celebrati davanti alla giustizia militare nel corso della Campagna d’Italia. Grazie al suo lavoro possiamo oggi affermare che, tra il 1943 e il 1945, almeno un migliaio di soldati della Wehrmacht abbiano scelto di darsi alla macchia e unirsi alla Resistenza. Le motivazioni di questa sofferta decisione sono le più svariate. In alcuni casi si tratta di motivi ideali, di opposizione politica o religiosa al nazionalsocialismo, magari espressa già prima del conflitto. Per molti, comunque, sono determinanti la dura condotta di guerra, l’orrore per le violenze commesse e subite, la disperazione per le famiglie lontane nelle città bombardate e, soprattutto, la stanchezza e la paura della morte. Talvolta sono i sentimenti di amore, amicizia e rispetto nati con la popolazione italiana che impediscono di continuare a combattere. Per tutti si tratta comunque di una scelta solitaria e rischiosa, che implica un travaglio interiore non indifferente. I disertori tedeschi rischiano infatti pene severe se scoperti dai loro commilitoni, e allo stesso tempo sono guardati con diffidenza dagli stessi partigiani, che spesso li considerano spie o infiltrati. Negli anni, alcune storie hanno contribuito a gettare una luce nuova sulla vicenda dei combattenti tedeschi nella Resistenza italiana. Il caso più emblematico è quello del capitano della Kriegsmarine Rudolf Jacobs che, grazie ai contatti con il Partito comunista, si unisce ai partigiani della Brigata Garibaldi “Muccini” con il nome di battaglia “Primo”. Ucciso nel corso di un assalto alla caserma delle Brigate Nere di Sarzana, Jacobs viene ricordato da subito come un eroe dai suoi compagni che scelgono di intitolargli un distaccamento. Più tortuoso è il riconoscimento nella sua città natale, Brema, dove il partigiano Jacobs viene pubblicamente riabilitato solo negli anni Novanta, dopo che a lungo l’etichetta del disertore/traditore aveva pesato sulla sua famiglia. Altrettanto emblematico è il caso dei “cinque di Albinea”, militari della Luftwaffe di stanza nel Reggiano che vengono fucilati per avere collaborato con i partigiani ai quali avevano fornito armi e informazioni. La loro storia è stata fondamentale per dare il via, tra Italia e Germania, a un ripensamento del ruolo dei partigiani tedeschi. Negli anni Duemila, grazie alla mobilitazione di numerose associazioni e cittadini, nel cimitero militare tedesco di Costermano dove i cinque sono sepolti, vengono affissi dei pannelli che raccontano le loro storie, per dare valore e risalto alla loro scelta. Fondamentale è il contributo dell’Associazione vittime della giustizia militare tedesca, fondata nel 1990 da Ludwig Baumann, egli stesso nel 1942 aveva disertato le fila della Wehrmacht. Grazie alla sua lunga battaglia nel 2009 il parlamento tedesco approva la piena riabilitazione giuridica per coloro che avevano abbandonato l’esercito nazista, ma non per quelli passati nelle fila nemiche, la cui immagine pubblica è stata comunque riscattata, anche grazie alla ricerca storica. Oggi, mentre nuovi progetti di ricerca disseppelliscono storie e biografie, la insolita storia dei partigiani della Wehrmacht ci restituisce uno dei caratteri profondi del secondo conflitto mondiale, non più guerra tra nazioni e bandiere, ma battaglia di idee e principi, in cui le trincee sono trasversali e una scelta di campo è sempre possibile.

Otto Beckman e gli altri. Disertori tedeschi nel Piacentino.

Nel febbraio 1945 il movimento resistenziale piacentino si trova a un punto di stallo. Il rastrellamento invernale ha spazzato via la maggior parte delle formazioni: molti sono stati uccisi, tanti hanno fatto ritorno in pianura o hanno trovato ospitalità presso la gente della montagna. In quel difficile contesto, il comandante partigiano Fausto Cossu decide di dare il via ad una riorganizzazione delle poche forze sparse tra Val Trebbia e Val Tidone per riprendere le azioni militari. Per questa operazione strategica sceglie Enrico Rancati “Nico”, uomo di capacità e prestigio, che nei mesi precedenti si era distinto per coraggio e intraprendenza. Il compito che Nico si trova davanti non è semplice. Si tratta di coordinare bande locali fortemente indipendenti e diffidenti, di convincere refrattari capibanda ad accettare centralizzazione e subordinazione organizzativa, di persuadere i più timorosi a uscire dall’ombra. In questa operazione Nico può contare su pochi uomini: tra loro una squadra di partigiani tedeschi al comando del tenente Otto Beckman che, con altri sette commilitoni, aveva scelto di disertare le fila della Wehrmacht e unirsi alla Resistenza. Inizialmente Nico dubita ma il valore e la combattività dei tedeschi si rivelano poche settimane dopo. Vinte le titubanze e gli spontaneismi, Nico riesce infatti a riunire alcuni uomini e decide di guidare il primo attacco coordinato al presidio della Gnr di Pianello, ultimo ostacolo al pieno controllo del territorio. I partigiani dispongono però soltanto di armi leggere, oltre ad alcuni panzerfaust, lanciagranate anticarro in dotazione all’esercito tedesco, recuperati pochi giorni prima in un’azione. Nessuno degli uomini di Nico, però, li sa adoperare. A sbloccare la situazione sono Otto e i suoi commilitoni. Nella notte del 7 marzo il gruppo di Beckmann circonda la caserma fascista e alle 21 precise inizia a fare fuoco da direzioni diverse. Nico e Otto sparano dalla torre campanaria della chiesa, creando scompiglio tra i nemici, che si sentono circondati. All’alba il presidio fascista si arrende e, come racconta Nico, «da quel giorno Pianello non vedrà più nazifascisti, se non in cattività». La storia della squadra di tedeschi che libera Pianello non è isolata. Nelle formazioni piacentine militano ben cinquantasette partigiani provenienti dalla Germania le cui biografie sono tuttavia difficili da ricostruire. Molti di loro non richiedono il riconoscimento della qualifica partigiana e tutto quello che rimane è un nome, magari scritto in maniera approssimativa, nei registri e nella memorialistica partigiana. Emblematica è la storia di Jakob Hoch, partigiano ucciso durante un combattimento con i nazisti a Gropparello, la cui storia è stata ricostruita grazie a una lunga ricerca collettiva. Grazie agli scavi negli archivi tedeschi e italiani, si è scoperto che la salma di Hoch, inizialmente sepolta accanto ad altri partigiani caduti, negli anni Cinquanta, era stata traslata nel cimitero militare di Costermano. Come per gli altri disertori tedeschi, come per  i cinque di Albinea, la scelta partigiana di Hoch era rimasta così nell’ombra di una tomba anonima, in un cimitero nato per celebrare l’onore militare ma che oggi, grazie alla mobilitazione di tanti, è un luogo di memoria che ci ricorda che non sempre l’obbedienza è una virtù.

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